The London Experience – parte 2

La prima cosa da fare era cercare una stanza da qualche altra parte: restare all'ostello, oltre che scomodo, mi ricordava costantemente che lui era andato via. Così presi la prima stanza decente che mi capitò di vedere, in un piccolo appartamento a Wood Green, con una giovane coppia (lui inglese di origine spagnola, lei inglese). Avevano un gatto, un gatto un po' stronzo (una volta mi fece la pipì sul letto). Avrei scoperto presto che era meno stronzo dei suoi padroni. Avevo anche lì una stanza minuscola, tipo sgabuzzino, e dalla finestra arrivavano un bel po' di spifferi d'aria fredda. L'appartamento, che era pulitissimo e profumato quando andai a vederlo, diventava giorno dopo giorno sempre più trasandato. I due non facevano altro che stare in casa a guardare programmi orribili in tv. Parlavamo pochissimo. Un giorno notai che avevano tagliato entrambi i capelli. Pensai ad una cosa di quelle che fanno le coppie simbiotiche. Invece dopo pochissimo scoprii il motivo reale di quel repentino cambio di pettinatura: mi presi i pidocchi. Contemporaneamente a questa scoperta schifosa, i due zozzoni mi dissero che quando F. fosse venuto a trovarmi per Natale non sarebbe potuto stare da noi: la casa era troppo piccola. Magari si sarebbe potuto fermare qualche giorno (e pagare per la permanenza!) ma poi sarebbe dovuto andare via. Ero a corto di soldi, mi ero presa i pidocchi, avevo una stanza lillipuziana e piena di spifferi, vivevo con due zombie di merda e un gatto che pisciava ovunque, faceva freddo, mi sembrava che fosse sempre buio, avevo ancora pochi amici e mi si veniva anche a dire che F. non sarebbe potuto stare con me a Natale. Scesi in strada e andai a chiamare F. da una cabina telefonica di fronte. Di nuovo, scoppiai a piangere, lì al telefono, per la rabbia: mi sentivo frustrata. La sua voce calda mi calmò. Parlargli mi fece bene. Riagganciai. Uscii dalla cabina. Guardai in alto le finestre illuminate dell'appartamento dove stavo. Poi guardai per strada. Deserta. Mi chiesi se era quello ciò che volevo; mi chiesi se ne valesse la pena; se non fosse meglio tornare a casa. No. Non volevo tornare in Italia. Volevo stare lì. Non in quella maniera, ma era lì che volevo stare: a Londra. Toccato il fondo, si comincia a risalire: l'importante è non mettersi a scavare. Ce la devo fare, mi dissi, e ce la devo fare da sola. E' questo quello che voglio, stare qui? Allora basta piangere come una deficiente! Coraggio! (Continua…)

The London Experience – parte 2ultima modifica: 2006-05-14T14:33:28+02:00da kjria
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